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La storia di Nicola Ticozzi, uno dei nostri ‘Testimoni di speranza’

 

Torniamo, come ormai facciamo da un pò di tempo, a raccontare il volto umano dei nostri ricercatori. 

In questa occasione a parlarci è Nicola Ticozzi (in foto), Professore Associato di Neurologia presso l’Istituto Auxologico Italiano, IRCCS, di Milano e l’Università degli Studi di Milano, e coordinatore del progetto di ricerca AZYGOS 2.0, tra gli studi selezionati dal Bando AriSLA 2020. 

Ecco la sua testimonianza.

“Sono nato a Milano e ho 41 anni. Come tantissimi altri colleghi medici di altre specialità, per lunghi periodi di quest’ultimo anno sono stato coinvolto nell’assistenza diretta di pazienti con polmonite COVID-19. Sono stati periodi difficili, spesso angoscianti, ma che mi hanno fatto ricordare perché ho scelto di fare il medico e occuparmi di ricerca scientifica.

Quando ho iniziato il mio percorso a Medicina, presso l’Università degli Studi di Milano, è stato quasi naturale cercare di fare esperienze e internati in laboratori di ricerca per coniugare l’attività clinica con quella scientifica. Dopo la laurea, ho completato il mio percorso di formazione a Boston presso il laboratorio del Prof. Landers al Massachusetts General Hospital e Università del Massachusetts.

Il modello a cui faccio riferimento è mio padre: la persona più buona e onesta che conosca. Spero di seguire il suo esempio.

Se penso agli incontri che hanno segnato il mio percorso, credo che ce ne siano tre fondamentali: quello con Vincenzo Silani, il mio mentore, che mi ha sempre sostenuto durante la mia carriera; poi quello con Cinzia Gellera dell’Istituto Besta, la mia “mamma scientifica”, che mi ha insegnato che la generosità e la gentilezza sono qualità essenziali di un bravo ricercatore; e infine l’incontro con John Landers, un vero amico, che mi ha mostrato quanto fare ricerca sia bello e allo stesso tempo anche divertente. 

Studio la SLA da medicoperché ho conosciuto persone straordinarie con questa malattiae da ricercatore, perché la genetica e la patogenesi della SLA rappresentano una sfida intellettuale estremamente stimolante.

Il primo incontro con un malato di SLA è avvenuto nel 2003 e da allora ne ho incontrati centinaia, ognuno con la sua storia. La cosa che mi ha colpito, e che mi ha motivato a continuare, è l’incredibile forza d’animo e la resilienza dei miei pazienti di fronte a difficoltà che per una persona comune sembrerebbero insormontabili. Credo che i miei pazienti mi abbiano insegnato quanto è forte la natura umana.

A motivare il mio lavoro sono proprio i pazienti e le loro famiglie. E poi un pizzico di orgoglio personale per aver dato il mio piccolo contributo alla lotta alla SLA.

Sono convinto che il grant ARISLA mi permetterà finalmente di realizzare un’idea avuta diversi anni fa, a cui sono particolarmente “affezionato”, ma che non ho mai potuto sviluppare appieno in questi anni per mancanza di tempo e fondi.L’obiettivo finale è quello di identificare almeno un nuovo gene associato alla malattia. Il nostro gruppo ha ricevuto diversi finanziamenti da ARISLA nel corso degli anni (grant EXOMEFALS e NOVALS) e in passato questi grant ci hanno permesso sia di sviluppare delle linee di ricerca indipendenti per cui abbiamo ottenuto finanziamenti anche da altre organizzazioni, sia di creare dei network di collaborazioni con altri gruppi di ricerca italiani ed esteri.

Mi piace leggere e viaggiare, che sono un po’ la stessa cosa. Entrambe le cose mi danno quello spazio di quiete necessario per riordinare le idee quando la ricerca sembra arrivare a un punto morto. Il mio sogno nel cassetto è fare il giro del mondo.

 Continua a leggere le storie dei ricercatori su ‘Testimoni di speranza’

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