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La storia di Marco Bisaglia, uno dei nostri ‘Testimoni di speranza’

 

Torniamo, come ormai facciamo da un pò di tempo, a raccontare il volto umano dei nostri ricercatori. 

In questa occasione a parlarci è Marco Bisaglia (in foto), Professore Associato di Fisiologia Generale presso l’Università degli Studi di Padova, e coordinatore del progetto di ricerca ‘ALSoDJ-1tra gli studi selezionati dal Bando AriSLA 2020. 

Ecco la sua testimonianza.

Sono nato a Padova e ho 47 anni. Da quando faccio ricerca mi interesso alla neurodegenerazione e negli anni ho visto come molti aspetti patologici associati a malattie diverse siano comuni tra loro, indicando che tra le diverse malattie neurodegenerative esiste probabilmente un comune denominatore. Un aspetto che trovo fortemente motivazionale per lo studio della SLA è rappresentato dal fatto che si tratta di una malattia particolarmente aggressiva e con un’aspettativa di vita ridotta rispetto ad altri disordini neurodegenerativi. Dopo il primo periodo di lockdown, durante il quale la quasi totalità della ricerca si era fermata, la situazione attuale in laboratorio è quasi normale. Tutte le persone sono operative anche se l’accesso per gli studenti rimane fortemente limitato. Ciò che invece trovo preoccupante e demoralizzante è che ci siano ancora diverse persone con posizioni anti-scientifiche relativamente alle vaccinazioni, malgrado l’epidemia abbia evidenziato il ruolo fondamentale della ricerca scientifica per risolvere il problema sanitario. 

Da studente sono sempre stato affascinato dagli aspetti molecolari che sono alla base della vita. Mi ha quindi attratto l’idea di poter dare un contributo, come ricercatore, al progresso della conoscenza sui meccanismi cellulari che permettono il corretto funzionamento degli esseri umani, e che, quando sono alterati, portano all’insorgenza di condizioni patologiche. Dopo gli studi in chimica a Padova mi sono indirizzato verso aspetti più propriamente biologici durante il Dottorato che ho svolto all’Ecole Polytechnique di Parigi-Palaiseau. Ho poi trascorso periodi di formazione presso il National Institute on Aging (NIA/NIH) a Bethesda (USA) e presso l’Università di Sheffield (UK).

Non ho un modello di riferimento, quando ancora ero in formazione immaginavo lo scienziato come una persona solitaria immersa nei suoi esperimenti. Ho scoperto invece che il progresso scientifico avviene grazie al contributo ed allo scambio di idee che provengono da molte persone che collaborano tra loro. Più che un incontro direi è stato un viaggio a Calcutta a segnare la mia vita. Vedere per strada persone molto povere che però riescono a distaccarsi da quei bisogni materiali di cui necessitano e sono in grado di sorridere malgrado le difficoltà è stato toccante; cambia un po’ le prospettive di vita.

A motivarmi nel mio lavoro è la gioia che si prova ogni volta che si scopre qualcosa di nuovo e/o si conferma un’ipotesi sperimentale: è così appagante da far dimenticare tutti gli insuccessi di cui è costellata la ricerca scientifica. Quello che mi motiva di più, però, è la consapevolezza che tutte le scoperte, anche le più piccole, contribuiscono ad aumentare la conoscenzaCome diceva Madre Teresa: ”Quello che facciamo è soltanto una goccia, ma se non ci fosse quella goccia, all’oceano mancherebbe”. Ho avuto modo di conoscere una persona con SLA a lavoro, con cui mi relazionavo con una certa frequenza. Mi colpiva molto l’”apparente” tranquillità con cui affrontava la malattia quando veniva a lavorare.

Ritengo che il grant ricevuto da AriSLA sia particolarmente importante perché mi permetterà di esplorare aspetti nuovi legati alla SLA, aspetti in qualche modo secondari rispetto all’insorgenza della malattia, ma che potrebbero permettere di caratterizzare il “substrato” cellulare su cui agiscono quei fattori che poi portano all’insorgenza della malattia.  Per ora il progetto è nelle sue fasi iniziali, ma se i risultati dovessero essere incoraggianti, come speriamo, potrebbero rappresentare la base per nuove ricerche e nuovi finanziamenti.

Tra le mie passioni c’è quella, fortissima, per il ciclismo. Percorro circa 10000 km all’anno e mi piacciono in particolare le salite. In generale uscire in bici mi aiuta a “scollegarmi” dalla quotidianità, ma è capitato che alcune idee mi siano venute proprio in bici. Il mio sogno nel cassetto? Mi piacerebbe riuscire a dare un contributo significativo e utile nel contrastare le malattie neurodegenerative”.

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