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La testimonianza della ricercatrice Emanuela Zuccaro

Oggi vi invitiamo a leggere la storia di Emanuela Zuccaro, ricercatrice presso l’Università di Padova e l’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM) di Padova.  La dott.ssa Zuccaro è la coordinatrice del progetto ‘Mover‘, uno dei progetti di ricerca selezionati con il Bando AriSLA 2020. Lo studio parte dall’osservazione che non tutti i neuroni sono suscettibili alla degenerazione allo stesso modo e si pone l’obiettivo di studiare la diversa vulnerabilità dei motoneuroni nella SLA attraverso l’identificazione del profilo trascrizionale di specifici gruppi neuronali. Per far ciò saranno utilizzate tecniche all’avanguardia che permettono di studiare il nucleo di singoli motoneuroni. 

Ecco la sua storia. 

Sono nata a Nardò (Lecce), ho 37 anni e sono mamma di due bimbi di 7 e 5 anni. Questo periodo che stiamo vivendo è difficile per tutti. Per fortuna dopo un forte rallentamento dovuto alle chiusure forzate dello scorso anno, adesso abbiamo ripreso un buon ritmo. Ho molta fiducia nei miei colleghi e spero che a breve questo periodo sarà solo un brutto ricordo per tutti. Perché studio la SLA? E’ una sfida. Voglio capire le basi della degenerazione selettiva dei neuroni colpiti. Ho avuto il primo approccio alla SLA durante il mio periodo di post-dottorato e da allora mi sono chiesta cosa hanno di “speciale” questi neuroni che degenerano in maniera cosi’ selettiva e come si possa almeno rallentare il processo degenerativo.

 

Perché sono diventata ricercatrice? In realtà è una passione che coltivo sin da quando ero piccola. La curiosità del come e perchè tipica dei primi anni di vita non è mai andata via. Da qui la necessità di capire come “funzioniamo”, sia in salute che in malattia. In particolare, sono sempre stata affascinata dal sistema nervoso centrale, con la sua meravigliosa complessità e i tanti diversi tipi cellulari che coesistono in un sistema finemente regolato. Tra le mie esperienze all’estero, c’è quella avuta grazie al sostegno del mio mentor M. Canossa che mi ha dato la possibilità di svolgere gli ultimi mesi di dottorato presso il laboratorio della Prof P. Arlotta nel Dipartimento di Stem Cell and Regenerative Brain (SCRB) ad Harvard University negli Stati Uniti. Dopo la discussione del dottorato ho continuato il mio percorso con una posizione di postdoctoral fellow nello stesso laboratorio. E’ stato un periodo molto bello, sia a livello personale che lavorativo. Ho avuto la grande opportunità di sperimentare con mano un nuovo modo di far ricerca, ricco di internazionalità, interdisciplinarità e costruttivo scambio di idee ed opinioni. Mi sono avvicinata alla complessità del sistema nervoso centrale e ho capito anche come piccoli, impercettibili cambiamenti, possano risultare in un drammatico sbilanciamento delle forze in gioco e alterazione dei circuiti. 

Grazie al grant AriSLA otterrò dati preliminari che mi permetteranno di capire quali sono i meccanismi molecolari che sottendono la vulnerabilità selettiva dei motoneuroni nella SLA e avrò l’opportunità di avere accesso anche ad ulteriori fondi per poter proseguire la mia linea di ricerca.

Non ho un un unico modello di riferimento. Sono stata fortunata ad essere circondata sin dalla nascita da persone fantastiche e di grande ispirazione sia a livello personale che lavorativo. Il mio modello è un mosaico di tutte queste figure.

A motivarmi nel mio lavoro sono i pazienti stessi e la voglia di aiutarli a vincere questa sfida. Tutti sappiamo che il mondo della ricerca è fatto di successi ed insuccessi, ma gli insuccessi molto spesso ci raccontano un pezzo di storia in più. Da ricercatore credo di avere l’obbligo di continuare a leggere, alla ricerca della pagina giusta.

Ho incontrato diverse persone malate di SLACiò che mi ha colpito è la grande variabilità ed eterogeneità dei sintomi tra i vari pazienti. Non dimenticherò la speranza nella ricerca e la forza che mi hanno trasmesso in quell’occasione. Credo che per noi ricercatori sia fondamentale avere il contatto con i pazienti, oltre che con i medici, in quanto solo in questo modo possiamo conoscere un po’ meglio il male che cerchiamo di rallentare e sconfiggere. 

Il mio sogno nel cassetto è guardare negli occhi i miei bambini e dirgli che abbiamo fatto un passo avanti!

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